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domenica 13 ottobre 2019

Addio Roberto Suozzi

Roberto Suozzi ci ha lasciato…

 


Il nostro maestro di medicina ci ha lasciato. Ieri mattina alle 9.26 il suo cuore si è fermato e non è riuscito mandarci il suo ultimo Aerosol…
Roberto Michele Suozzi, “il professore”, è stato un compagno che ha incrociato alcuni di noi in varie fasi della vita. Come per molti ragazzi degli anni ‘70, se uno si mette a raccontarla, sembra che abbia vissuto più vite dei gatti.
Lo ricordiamo giovanissimo, studente del liceo Croce, navigare tra i gruppi extraparlamentari (Viva il Comunismo, Avanguardia Comunista, Mls, ecc) in cerca come tutti di una linea “vincente”.
In questo girovagare ha conosciuto – come molti di noi – tanti personaggi che sarebbero diventati famosi poi (si divertiva molto a ricordare le giravolte verbali del Paolo Gentiloni allora intruppato tra i lontani parenti dei “katanga”, qui a Roma, dove navigava sicuramente gente un po’ più “hard”…), magari per motivi molto diversi; ma si era sempre rifiutato con un sorriso di andare a pietire una “raccomandazione”, anche quando il sistema l’aveva messo fuori dal giro.
Di quel periodo amava ricordare i tanti scontri con i fascisti (una foto famosa, di un assalto alla sede di via Sommacampagna, a Roma, lo ritraeva con il fazzoletto tirato fin sul naso, ma chi lo conosceva lo individuava subito…). A farne le spese, all’Università La Sapienza, fu tra l’altro Giancarlo Cartocci, uno dei membri di Ordine Nuovo entrati di sfuggita nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana.
Anche per questo era stato spesso “atteso sotto casa”, al Nuovo Salario, ma i fasci non erano mai riusciti a prenderlo. Quartiere pericoloso, quello, tra l’Archimede e Montesacro, dove qualche anno dopo rimase ucciso Valerio Verbano.
Come medico si era fatto le ossa nel Pronto soccorso del Policlinico, allora come oggi vera trincea dove i deboli di cuore non possono resistere a lungo…
Si era specializzato in farmacologia e medicina dello sport, pur laureandosi come chirurgo. Nella prima veste è risultato tra i fondatori della fitomedicina italiana, come ben possono capire i nostri lettori, che da anni leggono – in tanti, e vi ringraziamo – i suoi pezzi sulle piante medicinali e le sue spietate controanalisi sui farmaci di uso comune (Depakin, Aulin, Augmentin, ecc), su alcune malattie “inspiegate” come l’autismo, l’infertilità dilagante, o sui prodotti di Monsanto (il glifosato, per esempio, ora vergognosamente “assolto” dall’Unione Europea per non disturbare la tedesca Bayer).
Il suo libro sulle erbe, del ‘94, per Newton Compton, viene ancora oggi cercato in rete…
Sportivo, appassionato, romanista, toccò il cielo con un dito quando venne assunto come vice del dottor Alicicco, sedendo la domenica sulla panchina dell’Olimpico accanto a Liedholm, Falcao, Cerezo, Bruno Conti, Di Bartolomei, Graziani, ecc. Entrando in casa sua, le foto di quelle panchine, con lui di lato, ti sbattevano subito sugli occhi.
Si rovinò la carriera sollevando uno dei primi scandali doping quando ancora non veniva chiamato così… La sua fortuna era stata di essere chiamato a fare da medico per la nazionale di calcio under 18. Ma ebbe la “pessima idea” – aprendo l’armadio dei medicinali e trovando una valanga di antiasmatici (poco “compatibili” con i giovanissimi atleti sotto le sue cure) – di chiamare il giudice Guariniello, che ovviamente aprì un’inchiesta “scandalosa”, anche se senza grandi titoli di giornale.
Non gli venne perdonato. Il mondo del calcio, e quello dello sport di quegli anni, lo mise all’indice. Un medico doveva aiutare a vincere, “pompando” se necessario i ragazzi, non mettersi a fare “l’obiettore di coscienza”. Lì girano miliardi (di lire, a quei tempi), mica c’è da perdersi in chiacchiere… Prendesse esempio da quello della Juventus (che finì poi in serie B anche per questo…).
Aprì uno studio privato, dove curava gente di tutti i tipi. Da Maurizio Costanzo e Maria De Filippi a giornalisti noti e non, fino a compagni senza una lira usciti malconci da incidenti paurosi.
Non lesinava le energie e trovò modo e tempo per far parte del team di medici che si tuffò a Genova 2001, curando compagni tra le cariche e i lacrimogeni ad altezza d’uomo.
Per quasi 20 anni ha tenuto una rubrica di medicina e salute su Repubblica, poi anche su il manifesto. Infine su Contropiano. Senza chiederci mai un centesimo, come tutti i nostri “collaboratori”, anche se ne avrebbe avuto certamente bisogno, dopo l’ictus carogna che lo aveva colpito quasi dieci anni fa (per uno che vive di lavoro, e non di rendita, non è proprio il massimo…).
Un “pozzo di scienza” che viveva incazzato, da figlio di ferroviere (suo padre lo era), indignato con un mondo di merdacce ignoranti pronte a farsi giannizzeri dei potenti e competenti veri che scelgono di farsi “baroni”, anziché medici.
Uno di noi, impegnato a studiare fino all’ultimo giorno. Perché nessuna liberazione può arrivare se non sai dove e come cercarla.
Uno che continuerà a lottare con noi.

domenica 4 gennaio 2015

Er Cecato (Massimo Carminati)

Compagni di scuola ... Si fa per dire

E così c'è anche chi si ricorda di Massimo Carminati al liceo scientifico B. Croce di Roma, sarebbe stato iscritto per un anno, nella sezione G, insieme con altri "fascistelli". Poi avrebbe lasciato la scuola per un altro istituto meno "Rosso". All'epoca capitava anche questo. Francesca Mambro invece andava all'Oriani, l'istituto tecnico magistrale di Piazza Indipendenza. Al Croce c'era invece il fratello. Almeno così raccontano alcuni ex-studenti di sinistra del liceo romano su Facebook.

martedì 23 aprile 2013

Er Pecora (Teodoro Buontempo)

E' morto Teodoro Buontempo, dopo essere stato dirigente della Giovane Italia, nel 1972 diventa il primo segretario del Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile del MSI. Er Pecora, soprannominato così per la vita di stenti trascorsa durante gli anni della gioventù, era un militante politico stimato tra i "camerati" e temuto dai "compagni". Se lo ricordano di sicuro gli studenti delle scuole romane, in particolare quelli del liceo Croce. Non erano rare le volte che si presentava, armato di megafono, per minacciare gli studenti di sinistra o per proteggere quelli di destra. Adesso, ne siamo certi, sarà da qualche parte, con il megafono ad arringare ancora i suoi con la solita grinta.



sabato 6 aprile 2013

mercoledì 25 aprile 2012

25 aprile 1975





















Il giornale ciclostilato degli studenti del liceo B. Croce che facevano riferimento al CUB, organizzazione degli studenti vicini la movimento extraparlamentare di sinistra Avanguardia Operaia.

lunedì 19 aprile 2010

Liceo Croce due volte vent’anni

Film documentario sulla storia del liceo scientifico romano Benedetto Croce.
Un’emozionante ricostruzione di 40 anni di storia dell’istituto, raccontato con testimonianze dei protagonisti, vecchi e nuovi, interessanti filmati e immagini di repertorio.
Un progetto in occasione dei suoi 40 anni, curato da Eliana Quintavalle e Marina Romano, per la regia di Marisa Andalò.

(Ovviamente una buona parte della storia si dipana negli anni Settanta...)

domenica 29 novembre 2009

Fumetti d'autore


































In mancanza di una data di pubblicazione, dobbiamo dedurre dalla presentazione che questo sia il primo numero di Compagni, giornale per il movimento degli studenti del Croce. Un giornale che doveva essere "aperto a tutti gli studenti". Al di là della demagogia dell'epoca, è però divertente e originale la manipolazione, che si trova all'interno del ciclostilato, di un fumetto d'autore americano degli anni '70, Pogo, diffuso in Italia dalla rivista Linus. Cliccate sull'immagine e ingranditela, oppure scaricatela e poi ingranditela, insomma fate come vi pare, ma merita di essere apprezzata.

martedì 23 giugno 2009

Ronde fasciste



In effetti era un periodo strano, i costumi cambiavano, la censura allentava i controlli, però nelle piazze lo scontro sociale era durissimo. Così quando provi a raccontare gli anni '70 per immagini o suoni ti ritrovi a mettere insieme pezzi di un puzzle che non riesci a combinare tra loro: film scollacciati e musica impegnata, manifestazioni per il Vietnam e festival pop, figli dei fiori e marxisti-leninisti.

martedì 18 novembre 2008

Questa mattina è intervenuta la polizia

Un altro contributo di Leo. La qualità lascia un poco a desiderare. Cosa sarà un diario scolastico, con i ritagli di giornali dell'epoca? La foto della polizia che carica dovrebbe essere stata scattata proprio sotto il liceo Croce di via Palestro.

venerdì 14 novembre 2008

23 marzo 1974

I ragazzi del liceo “Croce” circondati in via Marsala da una trentina di teppisti giunti da una sezione missina – Esplosi colpi di pistola – Uno degli aggressori era stato denunciato “a piede libero” sei mesi fa per aver ferito un commissario – Ignobili scritte sui muri inneggiavano allo sterminio nazista del 23 marzo 1944 – L'organo del MSI stamane aveva preannunciato la “giornata di violenza” - Sdegno a Montecitorio – Una eco degli avvenimenti di stamane nel discorso di Natta sul governo – Nella foto: le ingiuriose scritte fasciste alla sezione del MSI di via Sommacampagna e, a destra, Leonardo De A., uno degli studenti feriti.


venerdì 31 ottobre 2008

Sabato - 23 Marzo 1974 - ore 7,55.

Una storia vera
Quella che pubblichiamo è una testimonianza di un drammatico episodio accaduto 34 anni fa nei pressi del liceo Scientifico Benedetto Croce di Roma. Non fu l'unico, ma sicuramente segnò la memoria di molti studenti di quegli anni. Come tutte le testimonianze ha la capacità straordinaria di raccontare un fatto da dentro, come una telecamera che segue gli eventi senza essere piu' guidata dall'operatore. Come tutte le testimonianze fonda la sua forza nella parzialità di chi ha vissuto un evento e non pretende di essere una analisi dotta ed accademica su quegli anni. La storia è fatta di tante storie e le storie sono fatte di mille ricordi. Grazie Leo per aver condiviso con noi questa bella testimonianza. Nuvolarossa

Sabato - 23 Marzo 1974 - ore 7,55.

Sono appena arrivato in Via Marsala, proprio di fronte alla Galleria Caracciolo, parcheggio come ogni giorno il motorino sul marciapiede, tiro fuori dallo zaino la catena, mi chino per assicurarlo ad un palo. Ho appena chiuso il lucchetto che, ancora chinato, vengo colpito da qualcosa alla nuca: cado a terra e mi ritrovo circondato da sette, otto, dieci fasci che iniziano a colpirmi ripetutamente con bastoni, catene e calci. Mi rotolo a terra cercando di sfuggire ai colpi ma sono in troppi ed è tutto inutile.
Non ricordo molto di quei momenti, non i volti di chi mi colpiva, non le parole urlate, non la paura che certamente mi ha assalito, non il dolore che forse era troppo forte, ma una immagine mi è rimasta indelebile nella mente: il bianco, quasi lucente, di quei bastoni che, da qualsiasi parte mi girassi, si abbattevano sul mio corpo ad aprire ferite che forse neanche oggi, dopo tanti anni, sono del tutto rimarginate.

Ma perché quel giorno, a quell'ora ero li ?

Il 24 Marzo ricorre l'anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine; i collettivi studenteschi della scuola, per commemorare questa tragica pagina di storia italiana, avevano deciso di organizzare una assemblea antifascista con la partecipazione di alcuni vecchi partigiani dell'ANPI. L'assemblea avrebbe dovuto svolgersi nella palestra della mia scuola, il Liceo Scientifico Benedetto Croce di Via Palestro.

Che ci stavo a fare alle 8 alla Galleria Caracciolo che dalla mia scuola dista 7-800 metri ?

A quei tempi essere "di sinistra" poteva essere, purtroppo, pericoloso: molto spesso portare un eskimo, o i capelli troppo lunghi, o leggere un tal giornale poteva essere più che sufficiente per attirare su di se violenze squadriste. Molte zone di Roma ci erano interdette, altre erano "pericolose" e quella intorno alla nostra scuola era una di queste (grazie alla presenza del covo del Fronte della Gioventù di Via Sommacampagna, proprio alle spalle della scuola stessa). Nei giorni precedenti al 23 marzo erano state numerose le aggressioni, i pestaggi a compagni isolati, tanto da far maturare ai collettivi studenteschi la decisione di tentare di organizzarsi, di autodifendersi (vista anche la totale mancanza di tutele da parte della polizia) e quindi si era deciso di vedersi la mattina non sotto scuola, ma un giorno a P.zza Indipendenza, un giorno ai giardini della Stazione
Termini, un giorno, appunto, alla Galleria Caracciolo. Da qui si partiva tutti insieme, 50, 60 compagni e insieme si arrivava a scuola. La cosa ha, almeno all'inizio, ben funzionato: confidavamo molto sullo "scarso coraggio" dei fasci ad affrontarci in gruppo (loro "storicamente" hanno sempre preferito lo scontro 1 a 10....), avevamo completamente sottovalutato la loro capacità "militare" e organizzativa: hanno studiato le nostre mosse e ci hanno colpito nel nostro punto debole: per noi era impossibile arrivare all'appuntamento tutti insieme, chi arriva un po' in anticipo, chi dopo, quindi colpendo qualche minuto prima delle otto, erano certi che qualcuno avrebbero preso, e così è stato: dopo il loro "passaggio" in sette siamo rimasti per terra.

All'epoca avevo 16 anni e mezzo, vivevo in una famiglia piccolo borghese (madre casalinga, padre impiegato), tendenzialmente di sinistra (ma molto, troppo, "moderati"). Mi ero avvicinato alla politica l'anno precedente, in terza liceo non partecipando in prima persona (la gran timidezza mi ha sempre bloccato molto) ma più che altro osservando. A scuola erano molto frequenti assemblee e collettivi organizzati sia dai gruppi di sinistra che di destra (a volte, ma molto raramente, anche tutti insieme). Ho partecipato, almeno all'inizio, ad entrambi i tipi di riunioni, per capire, per decidere da che parte stare...

Non mi ritenevo ancora un militante convinto, ma un semplice simpatizzante; probabilmente ero quello che in gergo veniva definito "un cane sciolto", nel senso che ormai la scelta di campo era fatta ma quella che mancava era una giusta collocazione tra le decine di gruppi e gruppuscoli che affollavano l'area della sinistra extraparlamentare.

Quella mattina ero partito da casa, come al solito, verso le 7,30: Nomentana, Porta Pia, Via Montebello, Via Palestro; passo sotto al Croce e già vedo un paio di cose che mi avrebbero dovuto far tenere gli occhi aperti: davanti a scuola non c'erano ancora le camionette della polizia (c'erano sempre, tanto più quando si doveva svolgere una Assemblea), la via era già tappezzata di scritte del tipo "23 Marzo 1974 - B. Croce: cimitero rosso". Arrivo al semaforo tra Via Palestro e Via San Martino della Battaglia e incontro il mio compagno di banco, Giancarlo (al quale ero legato da profonda amicizia rafforzata dalla comune fede calcistica, anche se lui era dichiaratamente un qualunquista e se ne fregava di tutto ciò che era "politica") che mi chiama e mi dice " Leona' stai attento, ho visto brutte facce in giro... stai attento" e intanto un fascio "dipingeva" svastiche sui segnali stradali... ed io "... non ti preoccupare Gianchi, raggiungo i compagni... ci vediamo dopo". Riparto col motorino, raggiungo P.zza Indipendenza, al bar dove avevo il compito di telefonare a casa per avvertire che tutto era andato bene e che potevano stare tranquilli (...mia madre era agitatissima per il fatto del motorino e mi aveva "imposto" questo piccolo controllo...), poi riparto arrivo a Via Marsala e ...

... non so quanto sia durato il tutto, pochi secondi, un minuto, forse due. So perfettamente come è finito: due spari, forse una lanciarazzi, forse una scacciacani, forse una pistola: Giannetto rimane colpito di striscio alla gola, in terra, svenuto, sembra morto; l'altro per me, mi passa a pochi centimetri sulla testa, ricordo ancora la nuvoletta di fumo... forse sono vivo perché a qualcuno tremava la mano, forse è stato "un errore" volontario, questo non lo saprò mai, ma quel momento, quello sparo, ha segnato sicuramente la fine dell'aggressione e, per me, l'inizio di una nuova vita.

Mi ritrovo in ginocchio a guardare l'asfalto che si copre di sangue, del mio sangue, mi alzo subito in piedi con intorno persone che urlano, mi guardano e urlano ancora più forte. Con lo sguardo cerco qualcuno che mi conosce, vedo Marina, una compagna di Lotta Continua dalla quale compravo spesso il giornale, le urlo di non chiamare casa mia, che volevo essere io ad avvertire, altrimenti ai miei prende un colpo. Lei, mi guarda, non se se mi riconosce subito, scoppia in un pianto dirotto mentre sento che delle mani mi afferrano e mi fanno entrare su una macchina che mi accompagna di corsa all'ospedale. Le "immagini" che mi sono rimaste dentro sono quelle dei passanti che scorgono il mio volto e inorridiscono, della tappezzeria chiara della macchina che si tinge velocemente di rosso, del dito della mia mano sinistra che se ne va, spaccato da una bastonata, dove meglio crede, in modo innaturale.

Al pronto soccorso mi ricuciono (40 punti), mi fasciano, mi ingessano e mi ricoverano in accettazione, buttandomi su una barella, in una corsia con altre 50 persone. Non mi reggo in piedi, inizio ad avere dolori lancinanti alla schiena, ho il problema di dover ancora avvertire i miei, ancora non ci sono i cellulari e il poliziotto di guardia insiste per avere il numero e chiamare lui. Mi alzo, mi trascino fino al posto di guardia e li chiamo. Risponde mio padre che come mi sente subito si allarma, lo tranquillizzo e gli dico che sono in ospedale, sono scivolato dal motorino, ho un taglietto in testa ma visto che sono minorenne ho bisogno che uno di loro venga per farmi uscire. "ma come, con il motorino ?? Ci avevi telefonato dicendo che eri arrivato...!?!" E intanto sento mia madre urlare da dentro casa "Che è successo ??!?" Allora, in parte, confesso.....c'è stata una aggressione a scuola, i fascisti c'è stata una sassaiola e un sampietrino mi ha colpito di striscio....mi hanno messo tre punti, ma sto bene, non vi preoccupate...li tranquillizzo abbastanza, loro si precipitano in ospedale, peccato che come arrivano e dicono che mi cercano un fesso di portantino gli dice "... A si è quel ragazzo che gli hanno spaccato la testa e sta in rianimazione...."

Dai primi momenti la solidarietà che mi è stata dimostrata mi ha aiutato più di tutte le medicine che mi hanno iniettato..... mi stavano ancora ricucendo quando un "compagno anziano" del Croce si è precipitato su di me con le lacrime agli occhi, mi ha abbracciato con forza e quasi "stritolato" facendomi si urlare di dolore ma dandomi anche la forza di superare quei primi difficilissimi momenti. Poi, in accettazione, dopo la telefonata, subito altri due episodi: proprio mentre rientravo dal posto di guardia passa sotto le finestre dell'ospedale un corteo di centinaia di studenti che, avuta la notizia dell'aggressione, si dirigeva verso l'università per svolgere un'Assemblea antifascista e infine, una ragazza bionda, capelli a caschetto, mai vista prima, che mi è stata accanto, mano nella mano, sorridendomi dolcemente e scomparendo solo all'arrivo dei miei.

Poi il ricovero in clinica e li la solidarietà è continuata: dei compagni, alcuni che non avevo mai conosciuto, si sono alternati vicino a me, o fuori dalla stanza, per le prime due notti e, più tardi ho saputo anche il motivo vero: nel pomeriggio del sabato, la mia prof. di italiano aveva ricevuto una
strana telefonata da un tizio che aveva detto di essere il prof. di disegno che voleva sapere dove fossi ricoverato, lei non avendolo riconosciuto ha negato di sapere dove fossi e il tizio l'ha "maltrattata" verbalmente (ovviamente il prof ha negato di aver mai fatto quella telefonata). Questo episodio, aggiunto al fatto che era arrivata la voce che in ambiente Sommacampagna era stato preso come un insuccesso il fatto che non ci fosse scappato il morto, aveva fatto temere che qualche pazzo venisse a trovarmi per "finire il lavoro". E loro li a vigilare, i miei personali angeli custodi.

La domenica mattina al "risveglio" mi è successo un episodio che al momento ho sottovalutato ma che poi, con gli anni ho ricollegato come origine di tutti i miei guai alla colonna vertebrale: l'infermiera, per colazione, mi ha aperto il "banchetto" poggia vivande, vi ha depositato una tazza piena di latte e sopra un cornetto. Non sono riuscito a sollevare quel maledetto cornetto !!!! Ho provato con la destra, poi aiutandomi con la sinistra ingessata: il cornetto non si è mosso di un millimetro. Più tardi ho avuto anche la motivazione di quanto successo. E' venuta mia madre, mi voleva aiutare a lavare, mi toglie il pigiama e, dallo specchio, la vedo rimanere ferma dietro di me, che osserva il mio corpo impietrita: non c'era centimetro della mia pelle, delle braccia, delle gambe, della schiena che non fosse tumefatta e piena di lividi neri, bluastri, gialli, verdi.

Ora di anni ne sono passati più di 30.... una vita...... le ferite "fisiche"si sono rimarginate da anni..... quelle dentro di me ancora non del tutto.....

23 Marzo 1974

Spranghe di ferro, bastoni, catene mulinano,
si abbattono calci e sassate.
Ferite si aprono,
rossa è la terra.
Le mani protese a difesa son rotte.
La folla non fiata, si trae,
l'assalto è avvenuto improvviso.
Son neri di fuori e di dentro,
vigliacchi, assassini,
fascisti !

Bruno De A., mio padre

domenica 22 giugno 2008

I nostri professori

Liceo Croce

Mistretta Franco detto Ciccio, che salutiamo con profonda stima e rispetto
Zappa, bravo e simpatico professore di italiano. Non ci ricordiamo il nome.
Siciliano, grande professore di filosofia del corso E.
Sabato Racioppi, professore di filosofia, un classico degli anni Settanta.
Prof. Tenerelli, vice preside. Venne a mancare in quegli anni.
Professoressa di filosofia del corso C, napoletana. Bravissima. Non ci ricordiamo il nome, ma è alta nei nostri cuori.
Giovane professoressa arrivata a scuola con i corsi abilitanti del ’75. Si racconta di una sua appassionata storia d’amore con uno studente del corso C.
Della Valle, inglese.
Prof.ssa Todisco, lettere. Due grandi boccoli sulle tempie detti “gli alettoni”.
La Recchioni, disegno, arte, cattolica militante, in un post abbiamo raccontato del figlio...
Dora Marinari, preside dei nostri anni migliori, contro di lei fu presentata persino un interrogazione parlamentare, dal deputato del Msi Sandro Saccucci.

(Così li ricorda Nuvolarossa. La foto è quella di una supplente di inglese dell'epoca)

martedì 25 marzo 2008

Quando Odino divenne Patroclooo…


Quelli di destra e quelli di sinistra
Il biennio ‘73-75 fu certamente uno dei periodi più agitati per il liceo Benedetto Croce, non solo per via dell'autogestione più volte ricordata. In quel periodo il Croce era una delle scuole di punta della contestazione giovanile di sinistra, e frequenti erano gli scontri con i giovani neofascisti - provenienti dalla sede di Avanguardia Nazionale di via Cernia e da quella di via Sommacampagna del Fronte della Gioventù - che si presentavano all'angolo tra via San Martino della Battaglia e via Palestro (indicato come l'angolo della farmacia, davanti alla scuola Duca degli Abruzzi) vestiti con giubbotti di pelle nera, Ray Ban a specchio, capelli rigorosamente corti e casco integrale nero nelle mani. Ci si fronteggiava lanciando slogan e intonando canzoni politiche. I volti si coprivano con sciarpe e caschi e gli “attacchi” venivano ordinati con veri e propri gridi di battaglia. Un classico dei neofascisti era il richiamo alla tradizione celtica dalla runa all'urlo del nome delle divinità pagane d'oltralpe. Un freddo giorno dell'inverno del 1974 dalla scuola di via Palestro stava partendo un corteo degli studenti di sinistra. All'angolo con la farmacia erano schierati i neofascisti. Slogan, grida e minacce si alzavano con ritmo crescente da un gruppo all’altro, quando uno dei capi fascisti urlò: “Odinoooooo!!!!!". Ci fu un attimo di silenzio e dal corteo della sinistra si levò forte una voce: “A Patroclooooooo!”. Tutto accadde in un istante. Il tempo sembrò fermarsi, poi all’improvviso i due gruppi si abbandonarono ad una fragorosa risata liberatoria. Chiunque pensi ad un confronto tra la civiltà celtico-sassone e quella greco-romana commette un errore. “Patroclo” era un nome urlato da durante la trasmissione, condotta da Aldo Bracardi Renzo Arbore e Sergio Boncompagni, Alto Gradimento. Da quel giorno, sotto il liceo Croce, i giovani di destra non osannarono più il dio celtico. La storia ed i costumi cambiano anche così.
(Il racconto è di nuvolarossa;la foto d'epoca è stata scattata in un altro contesto, potrebbe essere all'università di Roma)

venerdì 11 gennaio 2008

Il contesto, ragazzi, il contesto

Nel 1974 ero in quarta…
(Abbiamo ricevuto da Maurizio, era ora, una “lenzuolata” di commento che merita un post tutto suo)
Nel 1974 ero in quarta. Ricordo bene l’esperienza dell’autogestione ed anche a me pare - ma posso sbagliare - che quella del Croce sia stata una delle prime a Roma e forse in Italia. Erano anni in cui la sperimentazione delle forme di organizzazione ed autorganizzazione degli studenti era continua e quindi non è facile stabilire chi avesse cominciato. Certo al Croce eravamo all’avanguardia. Di occupazioni ce n’erano ma l’autogestione era un’altra storia. Cercavamo di portare la società dentro la scuola, che in quegli anni certo non brillava per capacità di spiegare la realtà ed innovare i contenuti educativi. In una scuola “ministeriale” dove la parola autonomia era bandita figurarsi l’autogestione. Un’operazione quasi disperata all’epoca, di cui, per la verità, eravamo solo parzialmente consapevoli. Andavamo ad istinto. Intuivamo che la corrispondenza tra quello che studiavamo e quello che la società di quegli anni ci proponeva era minima ed eravamo intenzionati ad aprire i cancelli. Credo di aver imparato “fuori” almeno quanto mi hanno insegnato “dentro” la scuola. Ho imparato ad esprimermi in pubblico, a far valere le mie idee, a progettare ed a partecipare attivamente alla costruzione di qualcosa. Quella cultura della strada che volevamo far entrare nella scuola, che era off, oggi è in. Giovanna Marini ha recentemente fatto un disco con De Gregori che è stato presentato al TG1 in prima serata. Stesso discorso vale per De Andrè, Dylan i King Krimson, per Pasolini, e persino per Dario Fo. Senza contare che nella mia vita non ho mai letto tanto intensamente come in quegli anni.
La descrizione dell’autogestione del Croce è rigorosa e le cose per come le ricordo io sono andate proprio così (non vengono citate le interminabili discussioni tra revisionisti e rivoluzionari che accendevano la preparazione dell’evento, sui cui contenuti è meglio stendere un velo pietoso). Ci sono solo due aspetti che vorrei brevemente riprendere e, se possibile, mettere a fuoco.
In primis non eravamo così tanti. Credo che la visione di un dibattito e di un impegno politico “fortemente vissuti in prima persona da tutti gli studenti” sia un po’ retorica. In realtà a partecipare attivamente eravamo pochi (rispetto alla popolazione scolastica). Certo nella scuola se ne parlava, molti erano incuriositi, altri “aderivano culturalmente”. Ma che io ricordi, quello staccio di organizzazione che eravamo riusciti a darci era il frutto del lavoro di non più di 20 persone. Mi sono convinto con il tempo che il termine “avanguardie” fosse esatto. Oggi ci ricordiamo delle masse, abbiamo in memoria il movimento. ma “a muovere” eravamo in pochi. Le avanguardie c’erano e grazie al cielo ci saranno sempre. Eravamo convinti che quello che facevamo interpretasse le voglie di tutti, fosse di tutti. Ma sbagliavamo. Col tempo solo alcune cose sarebbero diventate di tutti. I diritti civili di più, il libretto rosso quasi per nulla.
La seconda riflessione riguarda il contesto. Leggendo il resoconto qualcuno potrà obbiettare che l’azione dell’autogestione, condotta da “quattro ragazzini che giocavano a fare i rivoluzionari” abbia privato gli “studenti” del regolare servizio scolastico, cioè di un diritto. Consideratelo pure un ragionamento preventivo ma siccome questa osservazione è stata più volte ripresa dai media è opportuno mettere le mani avanti. Premesso che oggi sono i presidi a sollecitare e sostenere le esperienze di autogestione nell’ambito dell’autonomia scolastica, l’osservazione “politically correct” fa solo sorridere chi in quegli anni c’è cresciuto. Nel 1974 nulla era “politically correct”. L’autogestione ancor più dell’occupazione era un reato. Ma anche la polizia che caricava senza ragione i cortei studenteschi spesso violava la legge. I servizi segreti commettevano reati. Si poteva volare da una finestra in questura. Si poteva saltare in aria in una banca o ad un comizio indipendentemente dalla casacca di appartenenza. La criminalità cresceva del 20% all’anno. C’erano le tangenti e la televisione censurava le notizie. Altro che politically correct!. Unica consolazione il fatto che i miei mi ricordassero costantemente che “in tempo di guerra era molto peggio! L’autogestione nasce in uno dei periodi più torbidi d’Italia ed in uno scenario internazionale segnato da conflitti violentissimi.
Nel settembre del ‘73 c’era stato il Golpe in Cile, ed a ottobre Egitto e Siria avevano attaccato Israele per liberare la penisola del Sinai e le alture del Golan. In Italia mentre il Pci di Enrico Berlinguer elabora la tesi del "compromesso storico" a novembre il gruppo terrorista di destra Rosa dei venti viene scoperto dalla magistratura e risulterà legato ai servizi segreti italiani e di alcuni Paesi della Nato. Sempre a novembre vengono varate le misure d’austerità straordinarie per contenere i consumi petroliferi. A dicembre a Torino, le Brigate Rosse rapiscono il direttore del personale Fiat, Ettore Amerio, che sarà rilasciato poco dopo ed un commando palestinese assalta, a Fiumicino, un aereo della Panam diretto a Beirut, provocando trenta morti. Nel febbraio del 1974 la magistratura apre un’inchiesta sui fondi utilizzati dalle società petrolifere per condizionare la politica energetica che porterà all’inquisizione degli ex ministri DC e PSDI. Il 4 marzo nasce il quinto Governo Rumor, un tripartito DC-PSI PSDI appoggiato dal PRI. Succede al quarto governo Rumor che si era insediato nel luglio del ’73. Il 7 aprile è votato il finanziamento pubblico ai partiti ed il 18 le Brigate Rosse rapiscono il giudice Sossi rilasciato circa un mese dopo. Sempre ad aprile viene sospeso a divinis Don Franzoni ex Abate delle Basilica di San Paolo Fuori le Mura per essersi dichiarato favorevole al mantenimento del divorzio. In Portogallo viene deposto il regime fascista avviando il paese alla democrazia (in Grecia i colonnelli verranno cacciati tre mesi dopo). Il 12 maggio si svolge il referendum per abrogare la legge sul divorzio dove vincono i NO con il 59% dei voti. A Brescia, un militante di estrema destra muore dilaniato da una bomba che sta trasportando ed il 28, sempre a Brescia, scoppia un bomba durante una manifestazione sindacale provocando otto morti e trenta feriti (i colpevoli non verranno mai identificati). Sempre in quei giorni i carabinieri scoprono un campo paramilitare dell’estrema destra nei dintorni di Rieti. Nel conflitto a fuoco con le forze dell’ordine muore un militante di Avanguardia Nazionale. Ai primi di giugno si dimette il quinto Governo Rumor. Il Presidente della Repubblica Leone lo rinvia alle Camere, ottiene la fiducia ma sarà sostituito, cinque mesi dopo dal quarto Gabinetto Moro, un bicolore DC - PRI appoggiato dall’estero da PSI e PSDI. Il 17 giugno le Brigate Rosse uccidono due esponenti missini a Padova: è il loro primo omicidio. Il 6 luglio il governo vara una serie di forti aumenti delle tariffe dei servizi e istituisce la prima imposta una tantum su case, auto, moto e natanti. L’inflazione è al 19,4%. Il 4 agosto un attentato al treno Italicus provocherà 12 morti e 44 Feriti.
E’ in questo “anno scolastico” che si colloca l’autogestione del Croce condotta da “fanatici” di 17 e 18 anni che volevano far entrare queste cose dentro la scuola. Per questo fanno sorridere quei giovani commentatori, “culturalmente corretti” che giudicano gli anni settanta con gli occhi “democratici” di oggi. Il contesto, ragazzi, il contesto.
Maurizio

lunedì 31 dicembre 2007

Guardando la luna

Articolo pubblicato sul forum degli studenti del liceo B. Croce
Raccontare degli anni di liceo trascorsi al Croce è come rivedere uno di quei documentari in bianco nero, che mandano ogni tanto in televisione, in tarda serata. Si vede un’Italia dimenticata persino da chi l’ha vissuta in prima persona. Siamo nella prima metà degli anni Settanta, un periodo di grandi cambiamenti e di grandi tensioni sociali, tutto appariva in movimento e la sensazione era quella di stare al centro, di essere – detto oggigiorno suona quasi ridicolo - protagonisti della storia.
A scuola si andava con quei vecchi autobus dell’Atac, verdi, come l’Alfetta della polizia, che stazionava quasi tutti i giorni davanti all’ingresso. I motorini erano pochi, tra questi il “vespino 50” era quello che andava di più, il casco non era obbligatorio, ma lo portavano in molti, più che altro tornava utile per le manifestazioni.
Il Croce, in quegli anni, era in via Palestro, all’angolo con San Martino della Battaglia, a due passi dalla Stazioni Termini. La collocazione lo rendeva facilmente raggiungibile anche dalla periferia, gli studenti arrivano non solo da quartieri borghesi come il Nomentano, Piazza Bologna, ma anche dalla Tiburtina e da Montesacro, zone più popolari. Perché in quegli anni le classi sociali, la borghesia, il proletariato, il sottoproletariato delle borgate, erano una realtà, una cosa che si vedeva, quasi tangibile, non serviva un manuale di sociologia per capire da dove arrivavi, quali erano le origini della tua famiglia.
A un certo punto - non esiste una data precisa - la moda ha coperto tutte le differenze, è bastato un paio di blue jeans per tracciare un nuovo confine, non più sociale questa volta ma generazionale. Erano pochi quelli con più di venti anni che indossavano i jeans; e dopo un po’ è bastato un eskimo, una borsa di Tolfa e un taglio di capelli più lunghi, per sentirsi “catalogato” come uno di sinistra. E a quei tempi si rischiava la vita persino per come ti vestivi, le aggressioni e gli scontri per motivi politici erano all’ordine del giorno. Allora la politica appassionava, coinvolgeva, divideva, nella società, nella scuola, persino dentro le singole famiglie, il più delle volte i figli erano contro i padri, ma capitava pure tra fratelli e sorelle di ritrovarsi, e non solo metaforicamente, su due barricate diverse. Il Croce era tra i licei più impegnati politicamente, per un lungo periodo si sono succedute occupazioni e autogestioni, quando per fare un’assemblea d’istituto dovevi scontrarti con il preside e la grande maggioranza dei professori (alcuni per fortuna erano con noi!), rischiando non solo le misure disciplinari, sospensioni e sette in condotta, ma addirittura l’intervento della polizia per sgomberare la scuola. La vicinanza della sede del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del MSI, di Via Sommacampagna, una finestra affacciava addirittura nel cortile della scuola, è stato un elemento in più di tensione. All’epoca i professori, anche se fortemente contestati, godevano di maggiore prestigio sociale; il più delle volte criticavamo i contenuti di quello che insegnavano, così per sfidarli si finiva per studiare anche di più. Con molti di loro si era instaurato un buon rapporto, fondato principalmente sulla stima reciproca, non poche volte ci hanno fatto da scudo in situazioni di pericolo, all’uscita da scuola.
Raccontate così sembrano storie di un altro mondo è in parte lo sono, allora in Portogallo, Spagna, Grecia non c’era ancora la democrazia, vedere crollare quelle dittature è stato motivo di gioia vera, avevamo manifestato per loro, fatto assemblee, collette. Alcuni dei miei compagni l’estate del 1976, fatta la maturità sono partiti per Lisbona, quando era in corso la “rivoluzione dei garofani”. A cosa avremmo fatto da grandi non ci pensavamo, eravamo troppo impegnati. In questo senso ci sentivamo partecipi di un movimento più grande, avevamo fiducia nel futuro e nel cuore la speranza di potere cambiare, di battere le ingiustizie del mondo. Forse ci saremo illusi, ma ci credevamo. Non mi piace fare paragoni tra i giovani di oggi e quelli di ieri, non ha senso, la mia poi è stata una generazione che ha finito per essere accecata dalla ideologia, che si è fatta trascinare in una spirale di violenza atroce, tanto che quegli anni sono spesso, ingiustamente, ricordati solo come gli “anni di piombo”.
Quelli che stiamo vivendo non sono tempi facili, mancano i riferimenti, la globalizzazione ha cancellato ogni confine e ha portato dentro casa nostra le guerre e la miseria, le bidonville sono sotto le nostre finestre. Ecco quello che manca, è la speranza nel futuro, la fiducia che si può cambiare quello che non va a scuola, in Birmania, nel mondo.

lunedì 9 luglio 2007

Folgorino

Quelli di via Sommacampagna

Marco Damilano sull’Espresso ha intervistato Sergio Mariani, il primo marito di Daniela Fini. Il colloquio ovviamente gira tutto intorno a Gianfranco Fini, alla sua carriera di politico, che da giovane militante del Fronte della Gioventù (Msi), negli anni ’70, è diventa uno dei leader nazionale del centrodestra italiano. Il racconto è un tuffo indietro nel passato, perché “Folgorino” me lo ricordo bene quando veniva sotto il Croce: era un brutto segnale. Di quel missino, ex-legione straniera e ex-paracadutista, c’era da aver paura. Mariani di strada doveva farne poca, dalla vicina sede del Msi di via Sommacampagna 29 per arrivare a scuola gli bastava girare l’angolo, e quando arrivava non veniva certo da solo. Un giorno, in mezzo a un folto gruppo di “camerati”, uno addirittura con un alano enorme, fermi ad aspettarci all’angolo tra via Palestro e via San Martino della Battaglia, c’era uno spilungone, magro, con un soprabito lungo di pelle nera. Mariani nell’intervista racconta che Fini all’epoca, siamo tra il ’73 e il ’74, vestiva in trench o con un cappotto di pelle nera. Chissà se era proprio Fini?

In quegli anni, come ricorda Mariani, c’era un clima d’odio di cui oggi non si sente nostalgia. E’ bene ribadirlo, ogni volta, a scanso di equivoci.

lunedì 2 luglio 2007

Prendeva il 409 e il 66 per andare al Croce

Ricorda Eskimo...

E’ arrivato un post così significativo che merita tutta la visibilità possibile.

Sono entrato al mitico liceo Croce quando il vento della contestazione studentesca era agli inizi e dalla vicina città universitaria ci arrivavano gli echi delle lotte dei nostri compagni (1968-69). Eravamo solo dei ragazzini. Molti di noi fino ad un anno prima frequentavano ancora le parrocchie che erano gli unici luoghi dove trovare un qualcosa di “organizzato” al di là delle partite di pallone nei cortili o i giri in bicicletta intorno al palazzo e di lotta di classe ancora non ne avevo sentito parlare. Per andare al liceo prendevo due autobus: il 409 ed il 66. Ho un flashback delle prime assemblee nel nostro “garage” a cui assistevo e quelle a cui partecipavano alcuni rappresentanti degli studenti del movimento studentesco universitario. Seguivo attentamente le loro tesi, le loro proposte, il loro entusiasmo e mi avvicinai al movimento, fino a quando, prendendo coraggio presi la parola anche io. Ero comunque già “predisposto” in quanto a casa mia tutti i giorni si leggeva L’Unità e Paese Sera e l’antifascismo era considerato un valore da difendere contro gli attacchi dei reazionari e i diritti del proletariato erano imprescindibili. E così da ragazzino inesperto sono diventato un ragazzo che leggeva Marx, Lenin e il Che, cantavo l’Internazionale, Bandiera Rossa e Contessa e avevo in tasca del mio eskimo la tessera della FGCI (che non era l’iscrizione ad una squadra di calcio) ma la Federazione Giovanile del Partito Comunista Italiano. Sono cresciuto nel nome della libertà e contro l’imperialismo americano a fianco del popolo del Vietnam. Ricordo le tante volte quando andavamo a fare le assemblee al liceo Tasso e la tristezza e la rabbia quando durante una nostra occupazione, dal vicino Duca degli Abruzzi lessi stupito uno striscione che recitava “né rossi e né neri nella scuola”. Ma scavando nella mia mente tornano le immagini delle assemblee dove partecipavano i rappresentanti dei movimenti operai e i collettivi “di piano” dove mi scontravo con i genitori di alcuni studenti che non capivano le nostre idee e le nostre speranze. E come non richiamare alla memoria i cortei che partivano da scuola per aggregarsi agli altri compagni del movimento studentesco a piazza Esedra.

Quando scendevo dall’autobus 66 dovevo passare davanti a via Sommacampagna e scrutavo con attenzione se c’era qualche fascio in agguato. Si arrivava davanti scuola e prima di entrare osservavamo i due plotoni dei celerini e dei carabinieri appostati ai lati della strada aspettando gli scontri con i fascisti.

Circa 25 anni fa il destino mi ha portato a lavorare a poche centinaia di metri da via Palestro e passando davanti al nostro liceo ho visto che c’era ancora lo stesso portiere. Sono entrato e gli ho detto che ero un ex studente: incredibile ma dopo pochi minuti lui mi ha riconosciuto e ha ricordato il mio nome. Ci siamo abbracciati e ha chiamato alcune persone che ancora lavoravano là ed abbiamo ricordato i tempi passati.

Ancora oggi se passo da quelle parti il mio sguardo va su quell’edificio diverso dagli altri di via Palestro fatto di vetrate e pannelli. Oggi non c’è più il “Croce” e per me quel palazzo non è solo un palazzo, ma un posto dove ragazzi come me degli anni 70 hanno creduto e lottato per qualcosa di importante: la libertà e l’uguaglianza. Una volta, passando con la macchina, mi sono fermato e l’ho fatto vedere a mio figlio che adesso frequenta un liceo scientifico e con un pizzico di orgoglio gli ho raccontato quello che suo papà faceva alla sua età in quella fantastica via Palestro.

Eskimo

(La foto è su http://www.flickr.com/photos/costabruna, ma che fine ha fatto il vostro eskimo? Per trovarne uno che fatica)

lunedì 4 giugno 2007

Alterchi tra studenti del Croce



Gli incidenti a scuola arrivano in Parlamento

In una interrogazione presentata da due deputati del Pci , siamo alla Camera durante la VI legislatura, si chiede al Governo quali misure si intendano prendere per eliminare sia l’attività dei gruppetti squadristici, sia per impedire l’accesso all’interno della scuola da parte dei frequentatori della sede del Fronte della Gioventù (Msi) di via Sommacampagna. I fatti di cui si parla risalgono al 1972, e il liceo è lo scientifico Benedetto Croce di Via Palestro, allora a due passi dalla Stazione Termini. All’epoca, se non ricordo male, ero iscritto da poco al secondo anno. Gli “alterchi” si ripetevano quasi ogni giorno, per quanto fossi fortemente coinvolto da quelle vicende, ogni giorno rischiavi veramente di farti rompere la testa, non immaginavo neppure che qualcuno in Parlamento si occupasse di noi studenti. Naturalmente per il governo la situazione era sotto controllo, le manifestazioni di intemperanza della estrema destra e della estrema sinistra erano “sempre neutralizzate, sin dal nascere, dal tempestivo intervento dei servizi di vigilanza predisposti dalla vicina questura”.