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martedì 4 dicembre 2018

Via del Governo Vecchio 39


























Il 2 ottobre 1976, è una storica giornata spartiacque per il movimento femminista romano. All'interno dei locali di Palazzo Nardini, occupato dal movimento, furono trasferite le attività iniziate nel consultorio autogestito (informazione contraccettiva, autovisita, aborto), si aprì un centro antiviolenza contro le donne. e numerose altre attività politiche e sociali. Dall'esperienza dell'occupazione del Governo Vecchio, che si aprì nei mesi successivi ad altri gruppi di donne e durò fino al 1984, nascerà in seguito l'attuale Casa delle Donne di Roma.

domenica 29 luglio 2018

I banchi del liceo anni '70


















Più o meno erano così i banchi, quando andavo al liceo. Erano da due posti, la sedia era identica a quella della foto. Purtroppo venivano spesso usati come "armi improprie". I banchi tornavano utili per le barricate, le sedie "volavano" facilmente o venivano rotte, le gambe, per farne delle spranghe. A ripensarci vengono quasi i brividi ma negli anni della contestazione queste cose erano normale amministrazione. Come ho scritto altre volte non ho nessuna nostalgia di quell'epoca.

domenica 12 marzo 2017

12 marzo 1977

"Il movimento aveva raggiunto un punto di non ritorno: un corteo enorme di centomila studenti attraversava la città fra slogan e urla di guerra, incendiando le auto rapinando negozi, devastando le sedi dei partiti e delle multinazionali. Alcune armerie lungo il percorso del corteo vengono aperte e saccheggiate, decine di pistole e fucili distribuiti ai manifestanti. Il ministero di grazia e giustizia e la sede della Democrazia cristiana a piazza del Gesù vengono assaltati con lanci di molotov e colpi di arma da fuoco. Polizia e Carabinieri indossano giubbotti antiproiettile e sono pronti ad usare le armi. Quella giornata segnò la fine del movimento, non c'era più spazio per le mezze misure: o con il partito armato o con lo Stato." 

 (E' un post di Fabio D'Alfonso apparso su Facebook ... e copiato di di sana pianta perchè lo trovo ineccepibile)

venerdì 17 febbraio 2017

17 febbraio 1977



Abbiamo voluto recuperare questo video non tanto per il commento quanto per le immagini di quel 17 febbraio di quaranta anni fa. Su Youtube sono facilmente reperibili altri video di quella giornata, ormai entrata nella storia d'Italia.

sabato 6 marzo 2010

La sera andavamo in ... Trastevere

"Certo non dimentico quegli anni settanta, quando in certi quartieri, penso a Primavalle e a Garbatella, c' eravamo noi e le Br. Poi loro se ne sono andati; per fortuna, noi siamo rimasti. Il Vangelo chiede sempre fedeltà ai poveri. Poi trovammo questo convento [in Trastevere, divenuto la sede della comunità di Sant'Egidio], rimasto senza monache. Di fatto lo "occupammo". Era il 1973. Volevano mandarci via per farne diciassette appartamenti. Fu Aldo Moro a intervenire e potemmo restare".
Monsignor Vincenzo Paglia intervistato da Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 5 marzo 2010

giovedì 8 ottobre 2009

mercoledì 14 gennaio 2009

Sit-in


Siamo a Roma in Viale Trastevere, a metà degli anni '70, davanti al Ministero della Pubblica Istruzione, probabilmente per contestare i "decreti delegati". Di questa foto, ripresa da qualche giornale dell'epoca (anche questo conservato da Spillo, promosso ad archivio storico vivente del blog) più di tutto mi hanno colpito gli autobus dell'ATAC, oggi sostituiti dal tram 8.

giovedì 30 ottobre 2008

Metodo Kossiga

"Ieri come oggi..."

“'Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero ministro dell'Interno, in primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito... Lasciar fare gli universitari, ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti - ha proseguito Cossiga - Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì”.

(intervista al senatore a vita Francesco Cossiga, QN 23 10 ’08)

mercoledì 2 gennaio 2008

1974: Autogestione al Croce

La prima settimana di autogestione in Italia

Il nostro blog nacque un anno fa quando « rivendicammo » con i nostri figli di essere stati i primi ad aver realizzato un settimana di autogestione di un liceo in Italia. Gli sguardi increduli rafforzarono la nostra voglia di raccontare un periodo, gli anni settanta, spesso offuscata da eventi drammatici e violenti che vengono elevati a paradigma di una generazione che ha senza dubbio espresso nel bene e nel male molto di piu’.

Nel 1974 il liceo Scientifico Benedetto Croce era una delle scuole romane dove il dibattito e l’impegno politico erano fortemente vissuti in prima persona da tutti gli studenti. Le tensioni sociali del biennio 73-74 e il mancato dialogo con le istituzioni scolastiche avevano avevano fatto scendere nelle piazze italiane gli studenti delle grandi citta’ italiane. Una struttura informale degli studenti del Croce, il Coordinamento delle Sinistre, aveva piu’ volte discusso e valutato l’opportunità di occupare la scuola. La quotidiana presenza di Polizia e Carabinieri in via Palestro, sede del liceo, aveva pero’ un effetto deterrente : la voglia era di dire « no », spiegare le nostre posizioni, manifestare i nostri sogni. Fu durante una lunga riunione in Via dei Marsi 22, nel quartiere di San Lorenzo, ospitati da un gruppo trotziska della allora sinistra extraparlamentare, la Quarta Internazionale, che prese corpo l’idea della autogestione : non avremmo occupato, ma avremmo gestito la scuola in maniera diversa.
Il lavoro di preparazione fu piu’ che febbrile : progettammo una biblioteca da aprire al quartiere, contattammo produttori di audiovisi per presentarli a scuola, gruppi di donne contattarono associazioni femministe per presentare un programma su contraccezione e gestione del corpo, alcuni di noi andarono al Folkstudio e ottennerono la disponibiltà di Giovanna Marini per un concerto. Un attore presento’ tecniche di recitazione. E soprattutto la scuola resto aperta tutto il giorno fino al tardo pomeriggio per continuare con cineforum e discussioni sui principali temi della politica internazionale, come il Cile di Pinochet e la guerra in Vietnam.
L’effetto fu senza dubbio esplosivo : pochi capirono cosa stavamo facendo. Abituati alla classica dicotomia scuola/occupazione, il concetto dell’autogestione si presento’ come un assoluto nuovo e non classificabile. Come era possibile che degli studenti «rivoluzionari » contestassero i metodi di studio e allo stesso tempo volessero studiare di piu’ ? Alcuni professori iniziarono a guardarci con interesse, uno di religione quasi perse il posto perchè il Vicariato di Roma lo riprese per aver partecipato ad un Cineforum, molti giornalisti chiamarono, il sindacato, la Camera del Lavoro di Roma a Piazza Vittorio, ci tratto’ come «dei figli di papà » che non avevano compreso quanto serie fossero le lotte dei lavoratori. E la prima settimana di autogestione prese corpo in Via Palestro 32 coinvolgendo gli studenti delle scuole limitrofe (Plino, Tasso e Duca degli Abruzzi), la gente del quartiere Esquilino e le nostre famiglie. Come fini ? stupidamente, come al solito. L’ultimo giorno, il venerdi’, il Provveditorato ordino’ lo sgombro manu militari della scuola. Una contraddizione in termini, poichè si puo’ sgombrare una occupazione e non la voglia di fare scuola, sia pure in modo diverso. Qualcuno disse che furono chiamati reparti speciali della celere dalla caserma di Via Montebello. Sicuramente erano tanti e molto decisi. Il fumo dei lacrimogeni invase la scuola, tutti si ritirarono al settimo piano con un slogan ironico e provocatorio « noi vogliamo studiare, ma nun ce lo vonno far fare ! ». Scendendo le scale tra due ali di celerini non certo complimentosi, passammo davanti al primo piano dove professori e genitori, tutti in lacrime, per i gas e la tensione, ci salutavano e ci manifestavano la loro solidarietà. Fini cosi una settimana di grande impegno per la nostra scuola. Come al solito poi si parlo molto dello sgombro e della giornata violenta, il resto, la parte piu’ interssante, spari’ nell’oblio. Ma questa è stata una caratteristica costante della nostra storia.

lunedì 31 dicembre 2007

Guardando la luna

Articolo pubblicato sul forum degli studenti del liceo B. Croce
Raccontare degli anni di liceo trascorsi al Croce è come rivedere uno di quei documentari in bianco nero, che mandano ogni tanto in televisione, in tarda serata. Si vede un’Italia dimenticata persino da chi l’ha vissuta in prima persona. Siamo nella prima metà degli anni Settanta, un periodo di grandi cambiamenti e di grandi tensioni sociali, tutto appariva in movimento e la sensazione era quella di stare al centro, di essere – detto oggigiorno suona quasi ridicolo - protagonisti della storia.
A scuola si andava con quei vecchi autobus dell’Atac, verdi, come l’Alfetta della polizia, che stazionava quasi tutti i giorni davanti all’ingresso. I motorini erano pochi, tra questi il “vespino 50” era quello che andava di più, il casco non era obbligatorio, ma lo portavano in molti, più che altro tornava utile per le manifestazioni.
Il Croce, in quegli anni, era in via Palestro, all’angolo con San Martino della Battaglia, a due passi dalla Stazioni Termini. La collocazione lo rendeva facilmente raggiungibile anche dalla periferia, gli studenti arrivano non solo da quartieri borghesi come il Nomentano, Piazza Bologna, ma anche dalla Tiburtina e da Montesacro, zone più popolari. Perché in quegli anni le classi sociali, la borghesia, il proletariato, il sottoproletariato delle borgate, erano una realtà, una cosa che si vedeva, quasi tangibile, non serviva un manuale di sociologia per capire da dove arrivavi, quali erano le origini della tua famiglia.
A un certo punto - non esiste una data precisa - la moda ha coperto tutte le differenze, è bastato un paio di blue jeans per tracciare un nuovo confine, non più sociale questa volta ma generazionale. Erano pochi quelli con più di venti anni che indossavano i jeans; e dopo un po’ è bastato un eskimo, una borsa di Tolfa e un taglio di capelli più lunghi, per sentirsi “catalogato” come uno di sinistra. E a quei tempi si rischiava la vita persino per come ti vestivi, le aggressioni e gli scontri per motivi politici erano all’ordine del giorno. Allora la politica appassionava, coinvolgeva, divideva, nella società, nella scuola, persino dentro le singole famiglie, il più delle volte i figli erano contro i padri, ma capitava pure tra fratelli e sorelle di ritrovarsi, e non solo metaforicamente, su due barricate diverse. Il Croce era tra i licei più impegnati politicamente, per un lungo periodo si sono succedute occupazioni e autogestioni, quando per fare un’assemblea d’istituto dovevi scontrarti con il preside e la grande maggioranza dei professori (alcuni per fortuna erano con noi!), rischiando non solo le misure disciplinari, sospensioni e sette in condotta, ma addirittura l’intervento della polizia per sgomberare la scuola. La vicinanza della sede del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del MSI, di Via Sommacampagna, una finestra affacciava addirittura nel cortile della scuola, è stato un elemento in più di tensione. All’epoca i professori, anche se fortemente contestati, godevano di maggiore prestigio sociale; il più delle volte criticavamo i contenuti di quello che insegnavano, così per sfidarli si finiva per studiare anche di più. Con molti di loro si era instaurato un buon rapporto, fondato principalmente sulla stima reciproca, non poche volte ci hanno fatto da scudo in situazioni di pericolo, all’uscita da scuola.
Raccontate così sembrano storie di un altro mondo è in parte lo sono, allora in Portogallo, Spagna, Grecia non c’era ancora la democrazia, vedere crollare quelle dittature è stato motivo di gioia vera, avevamo manifestato per loro, fatto assemblee, collette. Alcuni dei miei compagni l’estate del 1976, fatta la maturità sono partiti per Lisbona, quando era in corso la “rivoluzione dei garofani”. A cosa avremmo fatto da grandi non ci pensavamo, eravamo troppo impegnati. In questo senso ci sentivamo partecipi di un movimento più grande, avevamo fiducia nel futuro e nel cuore la speranza di potere cambiare, di battere le ingiustizie del mondo. Forse ci saremo illusi, ma ci credevamo. Non mi piace fare paragoni tra i giovani di oggi e quelli di ieri, non ha senso, la mia poi è stata una generazione che ha finito per essere accecata dalla ideologia, che si è fatta trascinare in una spirale di violenza atroce, tanto che quegli anni sono spesso, ingiustamente, ricordati solo come gli “anni di piombo”.
Quelli che stiamo vivendo non sono tempi facili, mancano i riferimenti, la globalizzazione ha cancellato ogni confine e ha portato dentro casa nostra le guerre e la miseria, le bidonville sono sotto le nostre finestre. Ecco quello che manca, è la speranza nel futuro, la fiducia che si può cambiare quello che non va a scuola, in Birmania, nel mondo.

giovedì 1 febbraio 2007

Occupato il liceo Tasso

Era il novembre 1970

Paolo Gentiloni Silveri, 52 anni, ha un passato nel Movimento studentesco di Mario Capanna e un presente da ministro della Comunicazione. Intervistato da Vittorio Zincone, sul Magazine del Corriere della Sera, oggi in edicola, ha raccontato come nel 1970 ha scoperto la politica.



… Dove andava a scuola?
«Fino ai quindici anni sono stato il tipico montessoriano cattolico. Ricordo che con Agnese Moro, figlia di Aldo, lo statista dc, davamo lezioni di religione ai ragazzi più piccoli».

Dopo i quindici anni?
«Cambiò tutto. Andavo al liceo Tasso di Roma. Nel novembre del 1970 ci fu l’occupazione della scuola. Venne interrotta dall’intervento della polizia: una caciara».

Traduzione per i non romani?
«Fu uno sgombero movimentato. Il mio impegno politico comincio in quel giorno. E provocò una rottura con la mia famiglia. Il 12 dicembre 1970 scappai di casa. Era il primo anniversario della strage di piazza Fontana. Partii per andare alla manifestazione di Milano. Ma fu una fuga controllata».

Cioè?
«Avevo rivelato al prete gesuita del Tasso, Tommaso Ambrosetti, dove ero diretto, in modo che lui lo potesse comunicare ai miei genitori». …